Cos’è la sindrome da Burnout, come si risolve e come prevenirla.

Ultimo aggiornamento: 16/06/2026

Indice:
COSA SI INTENDE PER BURNOUT?
QUANDO SI SVILUPPA LA SINDROME DA BURNOUT
QUALI SONO I PRINCIPALI SINTOMI DELLA SINDROME DA BURNOUT?
COME CURARE LA SINDROME DA BURNOUT
FAQ

Cosa si intende per Burnout?

Nella nostra esperienza clinica, la prima cosa che notiamo in chi soffre di burnout è quello sguardo che potremmo definire spento.

Il termine inglese burn-out significa letteralmente “bruciato” o “esaurito”, e descrive con precisione quasi crudele lo stato interiore di chi ne è colpito: una persona che ha consumato ogni riserva di energia, motivazione e senso.

Il burnout non è una semplice stanchezza, ma una condizione clinica riconosciuta dall’OMS nell’ICD-11 (classifica ICD – International Classification of Disease, ovvero la classificazione di riferimento internazionale di tutte le malattie e patologie correlate, stilata dall’Organizzazione mondiale della Sanità) come sindrome derivante da stress cronico sul lavoro non gestito con successo. 

Chi ne soffre si ritrova privo di motivazione, mentalmente distaccato dal proprio ruolo, incapace di trovare senso in ciò che fa e nei casi più gravi scivola verso la depressione conclamata.

Un dato che mi colpisce ogni volta: nel primo trimestre del 2024, le denunce di malattie professionali legate a disturbi psichici e comportamentali sono aumentate del 17,9% rispetto allo stesso periodo del 2023, e la tendenza è confermata anche negli studi successivi, tra cui quello pubblicato dall’INAIL a fine 2025 “Il burnout: un fenomeno occupazionale

Non è un’eccezione: è una tendenza strutturale che il D.Lgs. 81/2008, art. 28 impone già di affrontare attraverso la valutazione del rischio da stress lavoro-correlato, come Medicolavoro.org ha già illustrato nel nostro articolo su Stress Lavoro-Correlato

Il burnout non è debolezza individuale. È quasi sempre il segnale che qualcosa nell’organizzazione del lavoro non funziona.

burnout
Foto di Tara Winstead da Pexels

Quando si sviluppa la sindrome da Burnout

Dopo anni di attività sul campo, abbiamo imparato a riconoscere il burnout prima che esploda, infatti raramente arriva come un fulmine a ciel sereno. 

Si insinua lentamente, spesso mascherato da dedizione e senso del dovere.

Il modello più consolidato in letteratura, elaborato da Edelwich e Brodsky, descrive quattro stadi progressivi:

  • Entusiasmo iniziale: il lavoratore è motivato, investe energie enormi, ma coltiva aspettative spesso irrealistiche
  • Stagnazione: i risultati non corrispondono agli sforzi; emergono le prime delusioni
  • Frustrazione: il lavoratore realizza che il lavoro non corrisponde alle sue aspettative; emerge il divario tra realtà e ciò che vorrebbe che fosse
  • Apatia: la persona evita responsabilità e impegno professionale; appaiono segni di depressione

Quello che osserviamo più spesso in ambulatorio è che datori di lavoro e colleghi intervengono solo all’ultimo stadio, quando il recupero è già lungo e difficile. 

Il D.Lgs. 81/2008, art. 28 impone invece di agire in anticipo, valutando il rischio psicosociale prima che diventi danno conclamato.

Riconoscere le fasi precoci non è un esercizio accademico: è prevenzione vera, ed è quello a cui è tenuto il medico del lavoro durante la Sorveglianza Sanitaria in Azienda.

Quali sono i principali sintomi della sindrome da Burnout?

Uno degli errori più frequenti che osserviamo tanto nei lavoratori quanto nei responsabili HR è confondere il burnout con la normale stanchezza da lavoro. 

La differenza cruciale è che dalla stanchezza ci si riprende con il riposo; dal burnout, no.

La sindrome da burnout è caratterizzata da una costellazione variegata di sintomi che coinvolgono aspetti fisici, psicologici e comportamentali dell’individuo, influendo profondamente sulla qualità di vita personale, professionale e sociale. 

È utile distinguerli in tre aree:

Sintomi psicologici

  • Costante tensione emotiva, ansia, irritabilità, demotivazione, senso di frustrazione e fallimento, distacco emotivo, riduzione dell’autostima e dell’efficacia percepita

Sintomi fisici

  • Stanchezza cronica, disturbi del sonno, dolori diffusi, cefalea, disturbi gastrointestinali e tensione muscolare

Sintomi comportamentali

  • Comportamenti autodistruttivi come alcolismo o uso di farmaci, comportamenti eterodistruttivi, procrastinazione e ridotta produttività

Sul piano clinico, il modello di Maslach ancora oggi il riferimento scientifico più solido individua tre dimensioni centrali: 

  • esaurimento emotivo, 
  • depersonalizzazione/cinismo verso colleghi e utenti, 
  • ridotta realizzazione personale con conseguente senso di inefficacia e incompetenza.

Come Medicolavoro.org ha già illustrato nel nostro articolo su Rischio Psicologico 

Dal punto di vista normativo, questi segnali rientrano nel perimetro del rischio psicosociale che il D.Lgs. 81/2008, art. 28 obbliga a valutare. 

La diagnosi formale spetta al medico competente, allo psichiatra o allo psicologo ma riconoscere i segnali precoci è responsabilità di tutti, a partire dal datore di lavoro.

Come curare la sindrome da Burnout

Nel corso degli anni, abbiamo imparato che la prima cosa da dire a chi sospetta di avere un burnout è anche la più scomoda: non basta staccare qualche giorno

Il riposo aiuta, ma non risolve. Il burnout richiede un percorso strutturato, che agisca contemporaneamente su più livelli.

L’approccio multidisciplinare: non esiste una cura unica

La cura del burnout prevede un approccio multidisciplinare con terapie psicologiche, tecniche di rilassamento, supporto sociale e, in alcuni casi, una pausa dal lavoro per favorire il recupero. 

I tre pilastri fondamentali sono:

  • Psicoterapia: il riferimento più consolidato è la terapia cognitivo-comportamentale (CBT), che aiuta il paziente a identificare e modificare schemi di pensiero disfunzionali, come il perfezionismo compulsivo o l’incapacità di stabilire confini. La terapia psicologica fornisce gli strumenti per comprendere i meccanismi che hanno portato alla situazione attuale, riconoscere i propri limiti e quelli dell’organizzazione lavorativa.
  • Supporto farmacologico: non esiste una “pillola magica” specifica per il burnout; nei casi in cui si accompagna a disturbi depressivi o ansiosi di grado severo, lo specialista può valutare un supporto farmacologico mirato tipicamente ansiolitici, stabilizzatori dell’umore o antidepressivi, sempre e solo su prescrizione psichiatrica. 
  • Intervento organizzativo: spesso trascurato, ma essenziale. Curare la persona senza modificare il contesto lavorativo che ha generato il burnout è come medicare una ferita senza rimuovere la causa. Il D.Lgs. 81/2008, art. 28 obbliga il datore di lavoro a valutare e gestire il rischio psicosociale: questa non è solo norma, è strumento concreto di prevenzione e cura sistemica.

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Foto di Anna Tarazevich da Pexels

FAQ

1. Cos’è esattamente la sindrome da burnout?

Il burnout è una sindrome da esaurimento psicofisico causata da stress cronico sul lavoro non gestito. Riconosciuta dall’OMS nell’ICD-11 (codice QD85), non è una semplice stanchezza: chi ne soffre si sente svuotato, distaccato dal proprio ruolo e incapace di trovare motivazione, anche dopo periodi di riposo. Non va confusa con la depressione, anche se nei casi più gravi può sfociare in essa.

2. Come capisco se sto sviluppando un burnout?

Il burnout si costruisce nel tempo, attraverso quattro stadi progressivi: entusiasmo iniziale, stagnazione, frustrazione e infine apatia. I segnali da non sottovalutare sono tre: esaurimento emotivo persistente, cinismo o distacco crescente verso il lavoro e i colleghi, e la sensazione di non essere più efficace nonostante l’impegno. Se questi sintomi si protraggono per settimane e non migliorano con il riposo, è il momento di rivolgersi a un professionista.

3. Il burnout riguarda solo alcune categorie di lavoratori?

No. Nato come sindrome delle professioni d’aiuto, medici, infermieri, educatori, oggi colpisce qualsiasi contesto lavorativo ad alta pressione: manager, insegnanti, operatori logistici, lavoratori da remoto. Il denominatore comune non è la professione, ma l’esposizione prolungata a richieste eccessive in assenza di risorse adeguate. I dati INAIL confermano una crescita trasversale delle denunce per disturbi psichici legati al lavoro: +17,9% nel solo primo trimestre del 2024.

4. Come si cura il burnout?

Non esiste una cura unica. Il percorso più efficace è multidisciplinare e agisce su tre livelli: psicoterapia (in particolare la terapia cognitivo-comportamentale), eventuale supporto farmacologico nei casi con componente depressiva o ansiosa grave sempre su prescrizione specialistica e intervento sull’organizzazione del lavoro. Curare la persona senza modificare il contesto che ha generato il burnout, nella mia esperienza, porta quasi sempre a una ricaduta.

5. Il datore di lavoro ha obblighi legali in materia di burnout?

Sì. Il D.Lgs. 81/2008, art. 28 obbliga il datore di lavoro a includere il rischio da stress lavoro-correlato nel Documento di Valutazione dei Rischi. Ignorare i segnali di burnout nei propri lavoratori non è solo un errore gestionale: è una responsabilità legale. Il medico competente aziendale, ai sensi dell’art. 42, può inoltre proporre adeguamenti delle mansioni per i lavoratori in difficoltà. Prevenire costa meno in termini umani ed economici che intervenire a danno conclamato.


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20 commenti su “SINDROME DA BURNOUT”

  1. Buongiorno,
    chiedo un parere in merito a un giudizio del medico competente.Alla visita di sorveglianza sanitaria ho consegnato una prima certificazione psichiatrica che indicava la necessità di condizioni lavorative meno stressanti possibili, stabilità della sede lavorativa e possibilità di piccole pause durante l’orario di lavoro.
    Sulla base di tale documentazione il medico competente ha espresso come unica limitazione “evitare cambi di sede lavorativa”.Preciso che al momento dell’espressione del giudizio io ero ed ero già assegnata a una specifica sede lavorativa, nella quale avevo manifestato un peggioramento clinicamente rilevante della mia condizione psichica.Avendo chiesto chiarimenti sul significato della limitazione (se dovesse intendersi come esclusione da contesti lavorativi già risultati dannosi per la salute), il medico competente ha risposto di “non avere notizie di fatti accaduti”, senza richiedere integrazioni o approfondimenti clinici.
    Successivamente ho trasmesso certificazione psichiatrica aggiornata e più dettagliata, che specifica:
    – ambienti lavorativi già risultati fortemente stressogeni e da evitare;
    – indicazione di un contesto lavorativo già sperimentato come favorevole alla salute psichica;
    – chiarimento che la richiesta di “stabilità della sede lavorativa” è da intendersi solo dopo l’eventuale assegnazione a un contesto idoneo, e non come permanenza forzata in una sede clinicamente dannosa.Chiedo se, alla luce della documentazione clinica integrativa trasmessa, il medico competente sia tenuto a rivalutare il giudizio di idoneità, e se la formulazione della limitazione “evitare cambi di sede lavorativa”, applicata a una sede già causa di peggioramento clinico, possa configurare un travisamento del contenuto della certificazione specialistica.Alla luce di quanto sopra, chiedo cortesemente se sia possibile indicare quale formulazione della limitazione sarebbe stata più corretta e realmente tutelante, considerando che al momento del giudizio ero già assegnata a un contesto lavorativo clinicamente dannoso e che la “stabilità della sede” non era da intendersi come permanenza in tale contesto.

    Grazie per l’attenzione.

    1. Buongiorno, in base a ciò che ha scritto posso consigliarle di richiedere una nuova visita con il medico del lavoro specificando che ha effettuato nuovi esami specialistici e ha necessità di aggiornare il medico del lavoro.
      Se non le viene concessa la visita con il medico del lavoro, può rivolgersi all’ufficio spresal dell’ASL di competenza e procedere con la contestazione del giudizio del medico, questo può implicare la convocazione di una commissione che valuterà il suo caso.
      Le conviene prima richiedere una visita con il medico del lavoro aziendale e richiedere di specificare eventuali limitazioni sull’esito della visita, che devono essere prese in considerazione dall’azienda per cui lavora.
      Le aggiungo qui due link per approfondire:

      Visita medica su richiesta: https://medicolavoro.org/visita-medica-su-richiesta/
      Contestare il giudizio del medico del lavoro: https://medicolavoro.org/contestare-il-giudizio-del-medico-del-lavoro/

      1. la ringrazio per il riscontro.

        Tengo a precisare che la documentazione specialistica psichiatrica è già completa e dettagliata e non si limita a indicare singole sedi da evitare, ma descrive in modo esplicito un rischio clinico legato ai cambi di contesto lavorativo, alla necessità di stabilità di sede e già nota e all’evitare ambienti nuovi o già risultati stressogeni, con indicazione di possibili conseguenze gravi in caso di mancato rispetto.Il giudizio del medico competente aziendale, pur recependo parzialmente tali indicazioni (divieto di due sedi specifiche e pause al bisogno), non ha trasposto integralmente le limitazioni cliniche già presenti, lasciando quindi margine all’assegnazione a un contesto lavorativo nuovo, che risulta in contrasto con quanto certificato dalla mia psichiatra Il mio quesito riguarda quindi non l’assenza di nuova documentazione, ma la coerenza tra certificazione specialistica e giudizio di idoneità, e le corrette modalità per ottenere un aggiornamento del giudizio affinché rifletta pienamente le indicazioni cliniche già in essere.

        La ringrazio per l’attenzione e per l’eventuale ulteriore chiarimento.

        1. Buongiorno, consiglio di richiedere nuova visita, in tale sede specifichi che le sue necessità siano indicate nel giudizio dal medico. Buona giornata

          1. sono una lavoratrice con giudizio di idoneità con limitazioni già in essere e in cura psichiatrica con terapia farmacologica per disturbo d’ansia e attacchi di panico.La mia psichiatra ha rilasciato una certificazione in cui, in via temporanea, consiglia una fascia oraria pomeridiana e la riduzione dell’esposizione a contesti affollati.Dal punto di vista della medicina del lavoro, vorrei sapere:
            il Medico Competente ha la facoltà di inserire queste indicazioni cliniche direttamente nel giudizio di idoneità come “limitazioni/prescrizioni”, oppure esula dalle sue competenze e resta solo una raccomandazione?

          2. Buongiorno vorrei chiedere un parere su una situazione pratica: ho richiesto una visita medica aziendale straordinaria al mio datore di lavoro, la richiesta è stata presa in carico dalla sorveglianza sanitaria e ho già inviato tutta la documentazione al medico competente.Attualmente sono in malattia: è possibile effettuare la visita anche in questo periodo senza problemi?
            E nel caso fossi in congedo parentale, la visita potrebbe comunque essere svolta?Inoltre, la mia documentazione psichiatrica indica limitazioni sull’orario invece che la mattina presto pomeriggio a causa degli effetti collaterali della terapia farmacologica. Vorrei sapere se, in casi come il mio, il medico competente può rilasciare limitazioni ufficiali valide per questa mia situazione cioè se è fattibile basandosi sulla certificazione dello psichiatra e se è normale che faccia tutto tramite remoto, senza necessità di visita in presenza.

            Grazie in anticipo per ogni chiarimento.

            1. Buongiorno, in genere si aspetta che la malattia sia terminata anche perchè le visite mediche del lavoro devono essere svolte durante l’orario di lavoro.
              Quando farà la visita medica porti al medico competente aziendale tutte le documentazioni e lui valuterà se oltre al giudizio è necessario indicare delle limitazioni o prescrizioni.
              In genere se deve dare una visita medica deve farla visitandola, non credo riesca da remoto, ma quello dipende dal medico scelto dalla sua azienda.
              Le ricordo che se non fosse soddisfatta del giudizio del medico, entro 30 giorni dalla ricezione del giudizio, può fare ricorso direttamente all’ufficio SPRESAL dell’ASL di competenza del suo territorio.

  2. Buongiorno,
    sono una lavoratrice dipendente con contratto di apprendistato.
    Sono attualmente in malattia da fine ottobre per gravidanza a rischio (certificata dal mio medico).
    Vorrei capire se, in caso di gravidanza a rischio, la maternità obbligatoria può iniziare prima dei due mesi precedenti la data presunta del parto oppure se, anche in questo caso, la maternità decorre solo dal 7° mese e prima si parla eventualmente di malattia o interdizione anticipata.
    Ringrazio anticipatamente per il chiarimento.

    1. Buongiorno, tramite il suo titolare d’azienda contatti il medico del lavoro che saprà darle tutte le informazioni del caso in base alla sua situazione clinica.

  3. io vivo da più di un anno in una situazione di burnout dovuto ad un datore di lavoro con comportamenti discriminatori e disfunzionali, che tra l’altro ci ha messo gli uni contro gli altri tra colleghi. L’ambiente è invivibile ed io ho crisi d’ansia di notte, insonnia, stanchezza e voglia di mandar tutto all’aria… ma non posso perché ho un mutuo da pagare.
    Ora il titolare dice che concederà lo Smart working solo a chi gli presenti della documentazione medica attestante una situazione grave.
    Come posso muovermi?
    Ps. Abbiamo un medico competente in azienda che però si occupa solo della visita oculistica.

    Grazie per l’attenzione e buona giornata

    1. Cara Costanza,
      dimostrare la sindrome da burnout non è cosa semplice.
      Ti consiglio di andare dal medico di base e spiegare che soffri di stress e di insonnia
      per ottenere un certificato che dimostri questi disturbi.
      A questo punto chiedi una visita straordinaria (senza aspettare che sia la scadenza normale della tua idoneità)
      e, supportata dal certificato, chiedi al medico competente lo smart working.
      Tienici aggiornati, grazie!

  4. Ho richiesto “visita a richiesta” ed ottenuta col medico del lavoro per problemi derivanti dall’ambiente di lavoro che mi hanno portato a non riuscire a recarmi più a lavoro.
    Il medico del lavoro ha richiesto perizia psichiatrica (in cui lo psichiatra del servizio nazionale ha dichiarato che non ho patologie psichiatriche tali da necessitare delle sue cure) e nel frattempo ha richiesto all’azienda di mettermi in “lavoro agile” (che prontamente il giorno successivo alla comunicazione del medico al mio datore mi è stata rifiutata senza che nemmeno ne avessi fatto richiesta io) mi ha comunque dichiarato idoneo al lavoro.
    Ora dopo avergli fatto pervenire la dichiarazione dello Psichiatra e dopo che gli ho chiesto di certificare che sono in Burnout dice che l’unica cosa che può fare è quella di dichiararmi inabile al lavoro.

    Perchè non mi dichiara in Burnout? Perchè non mi aiuta? Perchè non tutela la mia salute, anzi, vuole dichiararmi “matto”?

    Si sta comportando bene? é questa la tutela che un medico del lavoro deve garantire ad un lavoratore?

    Grazie per l’attenzione e per l’eventuale risposta

    1. DB, se non sei d’accordo con l’esito della valutazione del medico competente puoi chiedere la revisione da parte di medico della ASL.

  5. Buongiorno, un lavoratore che manifestasse chiaramente tutti i sintomi e i campanelli d’allarme di cui sopra e che non riuscisse ad ottenere supporto dal proprio superiore, che iter dovrebbe seguire per affrontare la situazione?
    Grazie

      1. Gilda,
        Non credo ci sia una procedura. Molto dipende dalle dimensioni dell’azienda…
        Io suggerisco di fare così:
        se il diretto superiore non ascolta, si può chiedere una visita medica (non serve spiegare la motivazione).
        Se la richiesta non ha successo, rifare la richiesta ma con una PEC.
        Se non si muove nulla, si fa richiesta all’INL (o ai sindacati).

        1. Grazie per la risposta, ma …. e se sono proprio i dirigenti la causa del malessere?
          La richiesta di visita medica per il Medico Competente?
          Grazie

          1. come detto prima:
            – si manda una PEC in cui si chiede un appuntamento con il medico del lavoro (il medico è tenuto al segreto professionale)
            Se entro una decina di giorni non si ottiene l’appuntamento, allora è meglio rivolgersi a chi può difendere i diritti dei lavoratori.

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