Nel mondo del Lavoro si parla sempre più spesso di Welfare aziendale e di quanto sia fondamentale per un datore di lavoro adottare una mentalità che metta al primo posto la salute fisica e mentale dei propri lavoratori, con l’obiettivo di migliorare la qualità del lavoro e ottimizzare le performance aziendali.
Svariate ricerche scientifiche dimostrano che livello di produttività nelle Aziende è direttamente proporzionale alla soddisfazione dei lavoratori e inversamente proporzionale a un clima negativo sul luogo di lavoro.
Quali sono i traguardi che abbiamo raggiunto nel nostro Paese e quanta importanza viene data al benessere dei lavoratori?
Indice:
COS’È IL WELFARE AZIENDALE
IL WELFARE CHE CONTA DAVVERO: LA SALUTE PSICHICA
I NUMERI: IL WELFARE PAGA
CLIMA AZIENDALE, BURNOUT E RESPONSABILITÀ DEL DATORE
LE CONSEGUENZE PER LE AZIENDE
L’ITALIA SI STA MUOVENDO
FAQ
Cos’è il welfare aziendale
Una legge sul welfare aziendale non esiste.
Il welfare è un insieme di beni, servizi e prestazioni che il datore riconosce ai dipendenti in aggiunta alla retribuzione, per migliorarne la qualità della vita.
Il perimetro lo disegna soprattutto la normativa fiscale.
Il riferimento principale è il TUIR (DPR 917/1986): l’art. 51, commi 2, 3 e 3-bis, individua le somme che non concorrono a formare reddito da lavoro dipendente, con una soglia di esenzione dei fringe benefit di 1.000 euro l’anno (2.000 per chi ha figli a carico), valida per il triennio 2025-2027.
L’art. 100 disciplina invece gli oneri di utilità sociale, educazione, istruzione, ricreazione, assistenza sociale e sanitaria, deducibili nel limite del 5 per mille del costo del lavoro se volontari, integralmente se previsti da contratto o regolamento aziendale non revocabile.
La Legge di Bilancio 2026 (Legge 30 dicembre 2025, n. 199) ha confermato queste soglie e aggiunto due novità: l’innalzamento da 8 a 10 euro al giorno dell’esenzione per i buoni pasto elettronici dal 1° gennaio 2026 e la riduzione dell’imposta sostitutiva sui premi di produttività dal 5% all’1%, con soglia elevata da 3.000 a 5.000 euro.
Le misure più diffuse che vediamo sono:
- buoni pasto e buoni spesa;
- rimborsi per asili nido, scuola e istruzione dei figli;
- prestiti agevolati e previdenza e sanità integrativa;
- flessibilità oraria e smart working, ormai ordinari;
- supporto psicologico e attività per il benessere fisico.
Su quest’ultimo punto abbiamo dedicato un approfondimento in Welfare aziendale: 6 vantaggi per la tua impresa, dove spieghiamo perché le misure vadano calibrate sui bisogni reali e non su un catalogo standard. E se il target aziendale è giovane, vale la pena leggere I benefit più desiderati dai giovani.
Il welfare che conta davvero: la salute psichica
Il welfare più efficace non è quello che aggiunge un benefit, ma quello che riduce il carico che logora le persone dall’interno.
L’8° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, presentato nel febbraio 2025, fotografa una situazione che riconosciamo: il 31,8% dei lavoratori dipendenti ha provato esaurimento e distacco, in area di rischio burnout, con un picco del 47,7% tra i giovani; il 73% ha vissuto episodi di stress e ansia legati al lavoro, il 76,8% fatica a conciliare vita e lavoro e l’83,4% considera prioritario che il lavoro contribuisca al proprio benessere.
Non sono percentuali astratte: sono i lavoratori con cui interagiamo ogni giorno durante la sorveglianza sanitaria.
Il quadro europeo va letto con attenzione.
Il rapporto Eurofound «Living and Working in Europe 2025» rileva che nel 2024 il 20,7% dei lavoratori europei soffriva di disturbi d’ansia, contro l’8,6% del 2010, con le donne più esposte (25-26% contro 16%); il rischio depressione riguardava invece il 15,8%, in leggero calo rispetto al 19,6% del 2010.
Due traiettorie opposte che spesso vengono confuse. Un lavoratore su quattro (24,5%) nella sanità e nell’assistenza sociale segnala esaurimento emotivo.
Incontriamo spesso datori convinti che lo stress sia una faccenda «privata» del dipendente: è l’errore più comune e più costoso.
Come abbiamo già illustrato in Stress lavoro correlato: 9 aspetti chiave per una gestione efficace, lo stress lavoro-correlato è un rischio da valutare obbligatoriamente, e si collega direttamente ai rischi psicosociali, tra i più sottovalutati.

I numeri: il welfare paga
Sul piano globale, il World Economic Forum, nel rapporto «Thriving Workplaces» del 2025, ha stimato che investire nel benessere dei lavoratori potrebbe generare 11.700 miliardi di dollari di beneficio per l’economia mondiale; analizzando oltre 20 milioni di risposte tramite l’Indeed Work Wellbeing 100 Index, ha osservato che le aziende con il punteggio di benessere più alto hanno sovraperformato i mercati negli ultimi cinque anni.
Lo ribadiamo in Welfare aziendale: stress e come combatterlo: il benessere non è filantropia, è una leva di competitività.
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Clima aziendale, burnout e responsabilità del datore
C’è una dimensione che nessun buono pasto sostituisce: il clima relazionale. Un ambiente ostile, disorganizzato o iper-pressante produce più danni di molti rischi fisici tradizionali.
L’INAIL, attraverso il dipartimento DIMEILA, nel documento «Burnout: una sindrome in crescita» del novembre 2025 definisce il burnout su tre dimensioni:
- esaurimento emotivo,
- cinismo o distacco,
- ridotta efficacia professionale
sottolineando come i fattori di rischio siano prevalentemente organizzativi, non individuali. Non è la persona a essere «fragile»: spesso è l’organizzazione a essere malata.
Sempre l’INAIL ha aggiornato nel maggio 2025 la piattaforma per la valutazione del rischio stress lavoro-correlato, con moduli su lavoro da remoto, ibrido e tecnostress, cioè l’iperconnessione e l’erosione dei confini tra lavoro e vita privata.
Sul fronte giuridico è arrivata una svolta che datori e RSPP (Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione) devono conoscere.
Con l’ordinanza n. 31367 del 1° dicembre 2025, la Corte di Cassazione ha stabilito che la responsabilità del datore ex art. 2087 del Codice Civile per danno psichico può sorgere anche senza mobbing in senso tecnico, cioè senza intento persecutorio, quando l’organizzazione del lavoro nel suo complesso lede la salute o la dignità del lavoratore, configurando un «ambiente lavorativo stressogeno».
Un principio già consolidato dalle sentenze sullo straining, che a differenza del mobbing non richiede una condotta sistematica e reiterata.
Tutto questo si àncora al D.Lgs. 81/2008, il Testo Unico sulla Sicurezza, che impone la valutazione del rischio stress lavoro-correlato nel DVR (Documento di Valutazione dei Rischi) e la relativa sorveglianza sanitaria: su come si costruisce questo documento rimandiamo a Documento Valutazione dei Rischi o DVR (novità 2025).
Qui il ruolo del Medico del Lavoro Aziendale diventa centrale: è la figura che, attraverso la Sorveglianza Sanitaria, intercetta i segnali di disagio prima che diventino patologia.
Come approfondito in Malattia professionale: i segnali precoci rilevabili grazie alla sorveglianza sanitaria, individuare per tempo un disturbo correlato allo stress cambia radicalmente la prognosi.

Le conseguenze per le aziende
Trascurare il benessere non è «neutro»: genera costi altissimi, spesso invisibili nel bilancio.
I meccanismi che osserviamo più spesso sono tre:
- Assenteismo: giornate perse per patologie stress-correlate;
- Turn-over elevato: con i relativi costi di selezione e formazione;
- Presentismo, il più insidioso: il lavoratore è fisicamente presente ma con produttività ridotta perché sofferente o demotivato.
Il World Economic Forum ha stimato che il cattivo stato di salute dei lavoratori costa all’economia globale circa 8.000 miliardi di dollari l’anno in produttività persa, pari a circa il 15% dell’output complessivo.
Ne parliamo anche nella guida su come combattere lo stress con il welfare aziendale, dove il legame tra prevenzione e conto economico è centrale.

L’Italia si sta muovendo
L’Indagine Confindustria sul lavoro 2025 rileva che il welfare è presente nel 55,3% delle imprese associate, con una diffusione che cresce con la dimensione: dal 41,8% delle aziende fino a 15 addetti all’81,2% di quelle oltre i 100.
La Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, nella terza indagine annuale sul welfare nelle PMI del 2025, conferma il trend: il 62,8% dei Consulenti segnala un aumento delle PMI che adottano o ampliano strumenti di welfare tra il 2023 e il 2025, e il 64,1% prevede un’ulteriore crescita nel 2025-2028.
Il futuro passa anche dalla flessibilità organizzativa. Lo smart working è ormai una componente strutturale del welfare: ne abbiamo parlato in Legge 34/2026 e smart working: le novità cruciali per lavoratori, aziende e medici, e va accompagnato da una valutazione dei rischi aggiornata, tecnostress incluso.
Dopo anni sul campo, la nostra convinzione è semplice: il welfare aziendale è medicina preventiva applicata all’organizzazione. Non sostituisce gli obblighi di legge, come la valutazione dello stress, sorveglianza sanitaria, idoneità alla mansione, ma li potenzia, creando un ambiente in cui le persone stanno e lavorano meglio.
L’idoneità non riguarda solo la dimensione fisica, ma anche quella psichica, sempre più rilevante alla luce delle sentenze recenti. Investire sul benessere non è generosità, è la scelta più razionale per la salute dell’impresa, in tutti i sensi.
FAQ
Il welfare aziendale è obbligatorio per legge?
No. Non esiste un obbligo generale di attivare misure di welfare. Sono però obbligatori, ai sensi del D.Lgs. 81/2008, la valutazione del rischio stress lavoro-correlato e la sorveglianza sanitaria correlata. Il welfare è volontario, ma incentivato fiscalmente dal TUIR.
Quanto posso erogare in fringe benefit senza tassazione?
Per il triennio 2025-2027 la soglia di esenzione è di 1.000 euro l’anno per i lavoratori senza figli a carico e di 2.000 euro per chi ha figli a carico, come confermato dalla Legge di Bilancio 2026.
Il datore di lavoro può essere responsabile per lo stress dei dipendenti anche senza mobbing?
Sì. Con l’ordinanza n. 31367 del 2025 la Cassazione ha chiarito che la responsabilità ex art. 2087 c.c. può sorgere anche senza intento persecutorio, quando l’organizzazione del lavoro nel suo complesso danneggia la salute o la dignità del lavoratore.
Che differenza c’è tra burnout e stress lavoro-correlato?
Lo stress lavoro-correlato è il rischio da valutare in azienda; il burnout, secondo l’INAIL, è una sindrome con tre dimensioni (esaurimento emotivo, distacco, ridotta efficacia) che può derivare da uno stress cronico non gestito, con fattori di rischio prevalentemente organizzativi.
Lo smart working rientra nel welfare aziendale?
Sì, è ormai una misura ordinaria di flessibilità e conciliazione vita-lavoro. Va però accompagnato da una valutazione dei rischi aggiornata, che includa il tecnostress, come previsto dalla piattaforma INAIL 2025.




